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COACHING E COMPORTAMENTI TOSSICI

COACHING E COMPORTAMENTI TOSSICI

INTRAPPOLATI NELLA NOSTRA GABBIA DEI PENSIERI

COACHING E COMPORTAMENTI TOSSICI

Noi tutti viviamo, a volte, non usando i doni e il potenziale enorme racchiuso in noi.

Si parla tanto di ecologia, ambiente, ma quasi come se fossero cose altre da noi.

Noi in primis, come persone, siamo un sistema complesso, un  ambiente! Mantenerlo “sano”  è nostra responsabilità, per noi e chi ci sta intorno. Putroppo a volte ci nutriamo non solo a livello fisico, con elementi tossici, senza rendercene conto. Come mai magari ci preoccupiamo di alimentarci con cibi sani e magari non ci rendiamo conto che nutriamo la nostra mente, i nostri stati d’animo, con pensieri tossici? Come mai instauriamo relazioni tossiche per noi?

Eventi, storia personale, educazione, istruzione, ci condizionano. Raramente veniamo portati a ragionare sui nostri talenti, eppure sappiamo, come coach e formatori, che tutti ne possiedono! Come mai spesso, vediamo persone che adottano comportamenti tossici o si “inquinano” con relazioni, rapporti personali o di lavoro, che finiscono e poi ripartono con nuove situazioni, nuovi partner, ma nel giro di qualche anno, si ritrovano da punto a capo?

COAZIONE A RIPETERE

Siamo prigionieri in una gabbia di pensieri a volte autosabotanti, che noi stessi costruiamo e alimentiamo ogni giorno, con credenze limitanti su di noi. Non sono gli eventi che abbiamo vissuto, tutti ne abbiamo vissuti, ma il castello di pensieri che vi costruiamo sopra. Come il criceto nella gabbia. Ciò che fa la differenza non è l’evento, ma come noi gestiamo l’evento.

Albert Bandura, nella sua teoria dell’apprendimento sociale, concettualizza “l’agentività umana”; parlando di autoefficacia, la definisce come “la capacità di agire attivamente e trasformativamente nel contesto in cui si è inseriti”.

Secondo Jung figure parentali e non solo  influenzano  il destino e stigmatizza il trascorrere “coattivamente la vita intrappolati…”, attraverso la coazione a ripetere esperienze infantili e rimanda all’archetipo: “ho chiamato archetipo, il modello istintuale preesistente, ossia il pattern of behaviour”

L’essere umano si è evoluto grazie alla sua capacità di trasformare la realtà che lo circonda, non solo di adattarsi ad essa. Il modo equilibrato, ecologico (Verso un’ecologia della mente, Gregory Bateson 1972)

Viviamo intrappolati, a volte in un labirinto, una sorta di “The Truman Show” di cui non ci rendiamo conto, fino al momento in cui la vita, un’esperienza o un percorso evolutivo, di coaching o altro, non ci porta a vedere la realtà con occhi nuovi.

Noi accettiamo la realtà così come si presenta, è molto semplice “The Truman Show”  di Peter Weir. Aggiungerei come si presenta ai nostri occhi, alla nostra mappa mentale, alla nostra rappresentazione della realtà. Siamo prigionieri di una visione del mondo che ha confini ristretti. Come Truman, le pareti di questo mondo, i confini, sono definiti dalla nostra percezione e visione, limitata dal fatto che vediamo solo ciò che vogliamo vedere. Vediamo solo ciò che conferma e avvolora la nostra visione.

Se la nostra vita fosse un film, iniziando a farci carico della  Responsabilità, potremmo vedere che quasi sempre di questo film siamo sceneggiatori, autori, registi e attori. Il ruolo che abbiamo interpretato sino ad ora ce lo siamo assegnato, o ce l’hanno assegnato, ma se decidiamo di non cambiarlo, la responsabilità da ora in poi è nostra, questo fa il coaching.

Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla.

Martin Luther King

Sono confini fittizi, la nostra paura è autoreferenziale, è una paura che noi stessi costruiamo. E’ la paura di ciò che abbiamo dentro.

Il nostro orizzonte è limitato perché noi decidiamo, ogni mattina, fin dove possiamo vedere, avendo già deciso fin dove VOGLIAMO  vedere.

Questo è il problema delle relazioni, spesso anche in amore. Cambiamo gli attori, senza accorgerci che non abbiamo cambiato il copione.

A.S. Team Crea

Con le Scuole Crea a Milano, Bologna, Padova, Firenze e Catania, puoi diventare un Coach professionista riconosciuto AICP. (Associazione Italiana Coach professionisti) Crea ha inoltre intrapreso il percorso di riconoscimento delle sue scuole con ICF (International Coach Federation).

COACHING E NIKEFOBIA

COACHING E NIKEFOBIA

COACHING E NIKEFOBIA

LA PAURA DI VINCERE

Ma come, paura di vincere?

Alcuni di voi saranno perplessi di fronte a questa frase, giacchè, apparentemente, pensiamo ci si debba più comunemente confrontare con la paura di perdere, di non farcela, dell’insuccesso. In realtà non è così. Almeno altrettanto, si insinua nella nostra mente un’altra paura, più sottoerranea e subdola, quindi forse altrattanto potente, che è il rovescio della medaglia della paura di perdere.

Nikefobia è il termine che sta ad individuare la “sindrome” comportamentale da cui siamo in tantissimi afflitti.

Il coaching ed il mental training sono strumenti efficaci per attenuare e rimuovere le conseguenze di questo noto fenomeno, chiamato nikefobia.

NIKE

Era la dea della vittoria nella mitologia classica. Per quanto paradossale possa sembrare, la paura di vincere è una sindrome  assai più frequente di quanto si pensi. Nella nostra professione di Coach, ci imbattiamo spessimo in essa, sia in professionisti che in atleti o in qualsiasi altro ambito, aziendale e personale. E’ forse evidente negli atleti ma non solo, come ben sa chi nella sua vita professionale ha allenato. Può anche essere definita la sindrome dell’ETERNO SECONDO.

Affligge coloro che per motivi vari, ma accomunati da una scarsa autostima di base in alcune aree del loro potenziale, non si sentono all’altezza delle responsabilità che comportano essere i primi.

Questa paura dell’essere vittorioso si manifesta in maniera chiara ad esempio in quegli atleti che mancano perennemente in gara, alla grande sfida. Non reggono la tensione della gara, la responsabilità, hanno “paura di Vincere”. Negli allenamenti la storia c’insegna, vi sono atleti che  sono ben  più forti di atleti affermati e vittoriosi, ma in competizione sfoderano prestazioni mediocri, ben al di sotto delle loro possibilità.

VI DICE QUALCOSA?

Ne abbiamo avuto, purtroppo, alcuni esempi lampanti nel calcio, ma anche in altri sport, dove noti realizzatori hanno toppato clamorosamente al momento clou. Il rigore decisivo, quello del golden goal. Gli atleti intervistati, in questo caso i calciatori, immancabilmente descrivono la scena con termini analoghi. Ad esempio “Vedevo il portiere, era gigantesco, occupava praticamente tutta l’area della porta…” ecc ecc.

Ma la metafora sportiva va riportata alla nostra vita e in primis al mondo del lavoro. Nelle aziende e nelle persone queste dinamiche si instaurano in modo sommesso e inficiano i risultati.

I problemi di oggi sono il risultato delle soluzioni di ieri. Peter Senge- La quinta disciplina

ALLENARCI ALLA FLESSIBILITA’

Qualsiasi realtà vogliamo prendere ad esempio, dobbiamo allenarci alla flessibilità, all’apprendimento costante e ad autocondurci in autonomia. Che sono i tre principi fondanti del coaching aziendale di Crea, le tre Elle.

Le organizzazioni (e l’essere umano è un’organizzazione in sè!) devono essere snelle, Lean. Dobbiamo viaggiare leggeri se vogliamo fare molta strada nella vita, imparare a portarci nello zaino cosa è veramente utile, senza pesi superflui.

Learning organization, dobbiamo essere organizzati per apprendere. La risposta “Si è sempre fatto così” è la risposta che dava il comandante del Titanic.

Lead, condurre. O conduciamo il gioco o ci facciamo condurre, la via di mezzo, per quanto ne sappiamo non esiste. E bisogna decidere da che parte stare, con quei rischi annessi che comportano entrambe le posizioni. Se stai in trincea rintanato, forse… rischi poco, ma forse… certo, se alzi la testa, ci sarà sempre qualcuno che per sentirsi meglio, cercherà di abbassarti, anzichè elevarsi.

Alcune sessioni di coaching  eventualmente affiancate ad un percorso di Mental Training possono significativamente ridurre questo fenomeno, fino a farlo scomparire nel tempo, affiancato a  rinforzi e verifiche.

A. S.

TEAM CREA

Crea Coaching e formazione

https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_dello_sport

http://www.corriere.it/salute/dizionario/nikefobia/index.shtml

http://www.gazzetta.it/Sport-Vari/Fitness/27-02-2015/fitness-nikefobia-malattia-eterno-secondo-1001049721641.shtml

CREA SAFETY COACHING. Cultura della sicurezza.

CREA SAFETY COACHING. Cultura della sicurezza.

IL SAFETY COACHING DI CREA

Il safety coaching di Crea.

LA SICUREZZA NON E’ UN COMMA

Ci sono persone. La cultura della sicurezza e D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 per creare sicurezza.

Cos’è e cosa fa il safety coaching? Cosa vuol dire oggi essere un RSPP? O comunque un’altra figura all’interno della filiera “sicurezza”? Perchè la figura del safety coaching?
Come si sa non basta una legge, una norma, a far si che una cosa divenga un valore condiviso. La percezione sociale è il reale termometro di quanto una normativa recepisca un valore etico e morale condiviso.

Milano non è diversa da Bologna, da Udine o da Verona. Ovunque andiamo sentiamo le stesse parole, lo stesso atteggiamento che ben conosce chi lavora nel settore.
Un esempio esplicativo per tutti. La normativa contro la pirateria a tutela dei diritti d’autore, ovvero il download o la copia illegittima di film ecc ecc. La legge c’è. Ma se c’è qualcuno che ha scaricato o si è fatto passare da un amico, un film o una canzone coperta da diritti d’autore e si sente un criminale, alzi la mano.

Come facciamo a far si che il fattore sicurezza divenga un valore condiviso e quindi un comportamento, un abito mentale, un’abitudine sana?

 COME CREARE SICUREZZA

Quella della sicurezza deve diventare un’ottica di sistema, vissuta e percepita, in primis da chi ne è responsabile, come una vera e propria “filiera produttiva”, il cui bene prodotto è per l’appunto la sicurezza in azienda e, per l’appunto, un bene, un valore.

Se la sicurezza non è percepita come fattore primario, la responsabilità (non parliamo degli articoli dal 15 al 20 del D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81) morale deve essere coniugata con il “dovere”. Non è un freddo comma che salva  l’incolumità di un lavoratore.

CREARE UNA FILERA DELLA SICUREZZA

E’ sentire sulla propria pelle che quel lavoratore è una persona, un microcosmo di vita, valori, affetti, sogni. Chi è quell’uomo, cosa sogna, cosa fa, ha una famiglia, ha dei figli? Spesso non sappiamo nulla di chi lavora per anni vicino a noi.

E’ un  dovere (morale) e responsabilità di qualcuno far tutto il possibile perchè questa persona torni a casa, la sera, dai suoi affetti, integro.

La figura chiave del safety coach, con gli strumenti che come CREA possiamo fornire, in ambito comunicativo e altro, deve poter accedere a questa modalità sensitiva, affinchè queste “tecniche” possano attecchire su un terreno fertile. Quando questi prerequisiti esistono, lo “switch” è facile e tende a propagarsi, a macchia d’olio, come un “virus” positivo.

Team Crea

AS

D. lgs n. 81 del 9 aprile 2008